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Mar/09
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Il Culto del Fare

Traduzione del “Cult Of Done Manifesto” di Bre Pettis:
Il Culto del Fare

  1. Ci sono tre stati dell’esistenza. Ignoranza, azione e completamento.
  2. Accetta che tutto è una bozza. Questo aiuterà a fare.
  3. Non c’è un secondo passaggio, di editing o montaggio.
  4. Fingere di sapere cosa stai facendo è quasi lo stesso che saperlo fare davvero. Quindi accetta che sai quello che stai facendo, anche se non è vero, e fallo.
  5. Non procrastinare. Se aspetti più di una settimana per agire su un’idea, abbandonala.
  6. Lo scopo del fare non è finire, ma poter fare altro.
  7. Quando l’hai fatto puoi buttarlo via.
  8. Ridi in faccia alla perfezione. È noiosa e ti trattiene dal fare.
  9. Le persone che non si sporcano le mani sono nel torto. Se fai qualcosa hai ragione.
  10. Sbagliare conta come fare. Quindi sbaglia.
  11. La distruzione è una variante del fare.
  12. Se hai un’idea e la pubblichi online in Internet, conta come l’ombra del fare.
  13. Il fare è il motore del più.

David aggiunge:

A te decifrare e interpretare il linguaggio se ti sembra un po’ criptico. Ho avuto solo dieci minuti per fare la traduzione, quindi se qualche termine poteva essere reso meglio, pazienza.

Ed io riprendo, interpreto, e mi lascio ispirare!

Il manifesto del fare

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Jul/08
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la (non) presenza sociale

Ti siedi una mattina in treno, ed approfitti dell’occasione per far passare i feed. Fai appello a quel poco di voglia di fare che ti resta in questa fine luglio, e glissi sul “panic button” di Feed Demon (okok… 3416 elementi non letti… capirai). Leggi con un occhio, mentre con l’altro guardi il lago, e ti rendi conto che stai flaggando alcuni post.

Perchè ?

Non mi sto domandando perchè flaggo proprio quelli (ci sono n-criteri, o meglio ancora, nessun criterio). Mi sto domandando quale sia lo scopo del flaggarli. Forse per aggiungerli a qualche lista che… O caspita (sono molto meno castigato, quando parlo con me stesso, ma via) ! Ma io ho un blog. O caspita! Ma da quanto tempo non lo aggiorno ? O caspita (e qui sono stato MOLTO meno castigato, parlando con me stesso) !

A partire dal blog mi ricordo dei profili sulle varie socioreti, di Digsby, di WoW, di SL… In soldoni, mi rendo conto di essere stato non-presente in rete per un paio di mesi.

Nessuna cura forzata per qualsivoglia net-addiction, o scelta esplicita, o rigetto neoluddista.

Solo un fiume di progetti, impegni, riunioni, report, brief, clienti, presentazioni, articoli da leggere (e da scrivere!), concorsi. Un fiume che mi ha trascinato, e mi ha richiesto di nuotare a testa bassa, senza guardarmi intorno più di tanto.

Un po’ come, da ragazzo, lavoricchiavo d’estate… Hai voglia renderti conto di cosa succede non dico nel mondo, ma anche solo nella via di casa, con una giornata (7.00-19.00) in cantiere sulle spalle. E quando arrivava il sabato, ci voleva un piccolo sforzo per recuperare la sincronia, aggiornarsi su chi faceva cosa con chi, dove andava chi e da dove veniva la biondina.

Ecco… si tratta di una non-consapevolezza di quello che ti (mi) succede intorno. Un intorno certamente mediato, ma cmq un intorno connotato socialmente.

 _453592_11341734 Presenza sociale, si dice… Una presenza sociale a due vie, evidentemente: da una parte l’essere presente al proprio intorno sociale, dall’altra avvertire la presenza del proprio intorno sociale.

Queste due vie vanno necessariamente di pari passo, rinforzandosi reciprocamente, o possono trovarsi singolarmente ? Quando e perchè ?

Credo che entri in gioco la reputazione (nell’accezione della posizione/ruolo/rilevanza nel contesto sociale che deriva da azioni passate e può sussistere per qualche tempo in assenza dell’attore a cui si riferisce): è possibile essere presenti al contesto, pur essendo assenti, quando le nostre azioni (in senso lato), continuano a parlare di noi.

Nella tesi di dottorato ho ipotizzato che le interazioni locali di definizione del significato dell’esperienza, la presenza in un ambiente virtuale e la reificazione degli ambienti siano basati su una condivisione di fondo ed una reciprocità continua durante le conversazioni e le attività, siano esse collaborative che non.

Ma si trattava appunto di interazioni locali. Ora.. qual è il “depositato” di tali interazioni locali ? Potrebbe essere qualcosa di simile alla reputazione, come l’ho avventatamente definita più sopra ?

Più semplicemente:  le interazioni locali (tra due attori) permettono di percepirsi ed essere percepiti come socialmente presenti nel contesto, e sono caratterizzate da dinamiche di co-costruzione e co-definizione dei significati dell’esperienza.  Una serie articolata (tra diversi attori) di interazioni locali porta alla co-costruzione di una reputazione dell’attore. Avviene un passaggio da interazione a relazione. Quest’ultima può sostenersi parzialmente in assenza di un attore, qualora la reputazione di questo sia in qualche modo sufficiente.

Come se la presenza sociale possa essere letta come presenza interazionale, cioè limitata allo spazio dell’interazione ed alla partecipazione attiva degli attori coinvolti, e presenza relazionale, cioè non limitata localmente e temporalmente.

Ha senso ? Non credo sia nulla di nuovo, ma se non lo scrivo, me lo dimentico. Se poi qualcuno avesse da ridire, commentare, ampliare, smentire, supportare, tanto di guadagnato!

PS: nessuno ha sentito la mia mancanza dalla rete quindi ci sono due possibilità: o ho una reputazione molto forte, che ha sostenuto la mia assenza ingiustificata e prolungata, oppure non sono minimamente presente. Propendo per la seconda ipotesi, ma mi piace mentire a me stesso :-)

PPS: qualcuno dirà: se mi dimentico del blog così facilmente, a che serve scriverci qualcosa per ricordarlo ? Mi piacciono le sorprese: mi immagino di ritrovare questo post tra 3 mesi, e dire: Ma pensa, che bell’idea! :-)

(Immagine di Linden Laserna)

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