Con Gianandrea stiamo discutendo or ora (gtalking) della scelta del termine “naturalizzazione”.
Se vi interessa… ecco un estratto.
10:06 AM me: Usi (o usate) spesso il termine
naturalizzazione
Ma non ha un significato esclusivamente “burocratico” ?
E poi… se giocassimo con i significati, e lo volessimo intendere come “diventare naturale”, mi sembrerebbe cmq diverso dal concetto che (se ho capito) vuoi far passare
Scusa le tempistiche, ma sto facendo 6 cose contemporaneamente…![]()
10:08 AM Gianandrea: nel senso che rischio di entrare in contraddizione con il superamento della dicotomia naturale artificiale quindi è meglio usare termini come assimilato o assorbito?
10:12 AM me: Beh.. si.
L’osservazione nasce da due questioni.. la prima molto semplice, che riguarda il significato “ufficiale”: naturalizzazione è l’ottenimento della cittadinanza da parte di uno straniero .
La seconda riguarda appunto l’idea che le soluzioni hw/sw gli artefatti e tutto il resto siano “non naturali”… e che diventino “naturali”….
Non è naturale un martello, o una lama di ossidiana…
Credo diventino “culturali”, cioè che si spostino sullo sfondo della nostra cultuira, intesa come bagaglio cognitivo e sociale…
10:16 AM Gianandrea: interessante precisazione, effettivamente a mio parere è in atto un progressivo assottigliamento della dicotomia naturale artificiale e questo porta a reinterpretare il ruolo della tecnica nella storia dell’uomo, non che il processo di co-costruzione tra mente e artefatti. Ovviamente, è una visione nuova, quasi una nuova antropologia (nel senso di idea di uomo) e il linguaggio è intriso degli apriori tradizionali, tipo il principio di naturalità intesa come originalità, forse è meglio non usare più naturalizzazione o almeno fare un preambolo per spiegarne l’uso.
10:17 AM me: parli troppo difficile, per me…
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cmq, si.. il senso dell’osservazione era quello.
Gianandrea:
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Ma ho un dubbio di fondo: perchè parlare di “artefatti cognitivi” ?
La dimensione sociale, comunicativa, emotiva non sono altrettanto rilevanti?
Cmq, ecco da dove parte la discussione…
Nel mio intervento a Frontiers of Interaction III ho cercato di proporre una veloce e generale riflessione sulla recente diffusione del virtuale come parte di un processo più ampio di “emersione” della nostra mente, messo in atto dagli artefatti cognitivi.
Partendo dal presupposto che da secoli gli artefatti cognitivi estendono, memorizzano, diffondono e potenziano la possibilità dei contenuti mentali (conoscenze, idee, fantasie, desideri, intezioni, ecc.) di agire sul mondo e di influenzare più persone, oggi, con i recenti sviluppi della ICT, questo processo ha raggiunto livelli tali che permettono una prima possibilità di diffusione del virtuale in varie forme.
La distanza tra la nascita di un pensiero, la possibilità di trasformarlo in un contenuto rielaborabile, comunicabile e condivisibile, fuori e oltre noi, è sempre più facile, efficace, vario e potente. E’ in atto un processo di progressiva dilazione del canale di emersione e influenza del mentale sul mondo. Il quotidiano esercizio di trasformazione di un nostro contenuto mentale su di un “supporto” per memorizzarlo, comunicarlo, condividerlo, rielaborarlo e la visione di crescenti contenuti generati da altri utenti, mette in atto un processo di naturalizzazione di questa tecnologia, rendendola “trasparente” nella sua vincolante materialità. In modo, più o meno consapevole, ogni anno che passa siamo sempre più immersi, interessati, vincolati alle nostre idee e fantasie che viaggiano, si difondono, si moltiplicano e ci influenzano sempre di più, come mai nella storia dell’uomo.
Questa evoluzione tecnologica, culturale e psicologica accellera ulteriormente un progressivo movimento (già in atto da molto tempo) di destrutturazione di un mondo passato, lento, vincolato alla materialità, che non riesce a tenere il passo. Si potrebbe dire che la materialità tecnologica (nel senso di hardware) che ha permesso questo salto “esiste” solo quando manca, mentre invece ”scompare”, diventa “trasparente”, quando c’è; l’hardware diventa il vincolante presupposto da cui emergere ma al quale non ci si può più ridurre (vedi il concetto di emergenza).
A mio parere, per capire la recente diffusione del virtuale è importante inserirla come parte di questo salto tecnologico e di Cultura di Interazione. La tecnologia e soprattutto un crescente numero di utenti sono oggi in grado di ricollocare la “materialità perduta”, le riduzioni dello spazio e del tempo, in un nuovo “luogo”, che si aggiungerà alle “pagine” del Web e alle “cose” del mondo, ampliandole. Solo adesso siamo tecnologiamente e culturalmente in grado di aggiungere il virtuale a quel costante processo di estensione e diffusione della mente.
Collocare il virtuale in questa lunga e complessa mediazione tra mente e mondo, messa in atto dagli artefatti cognitivi, ci può aiutare a capire come “l’immedesimazione” sommata alla “immersione” (intesi come processi fondanti la virtualità) portino in superfice parti più profonde della mente creando la necessità di passare ad un altro livello che è quello dell’emersione della Psiche. Infatti, il processo psichico di immedesimazione (identificazione cognitiva ed emotiva con un personaggio e/o alter ego) sommato a quello di immersione (esperienza percettiva, cognitiva ed emotiva di essere “gettati in un mondo” altro) può creare una leggera alterazione di coscienza (di varia tipologia e grado) che apre un canale tra l’esperienza nel mondo virtuale e il nostro inconscio.
Capite che, a questo punto, progettare una esperienza immersiva diventa qualcosa di molto complesso e si aprono nuovi scenari sulla diffusione e l’uso che si può fare del virtuale. Un esempio, può essere ragionare sullo stato dell’arte della progettazione in Second Life non dimenticandosi comunque che c’è stato un virtuale prima e ci sarà un virtuale dopo Second Life.
A mio parere, negli anni futuri, gli scenari di diffusione del virtuale oscilleranno tra un uso estrinseco, come applicazione, come interfaccia grafica (più adatta per certi contesti e fini) rispetto alle solite metafore delle pagine e delle cartelle, oppure come assistenti virtuali , e un uso intrinseco, per il gusto dell’immersione stessa intesa come “esperienza”.
In particolare credo che la progettazione delle immersioni possa diventare nei prossimi anni molto importante nel mondo della comunicazione (pensiamo alla società della conoscenza in cui gli utenti, clienti, pazienti, studenti, cittadini, saranno sempre più attivi e vicini alla conoscenza, alle istituzioni e alle aziende grazie alla rete), del marketing (si parla già di marketing esperienziale), dell’intrattenimento (dove i videogiochi saranno l’avanguardia che condizionerà e ibriderà tutti gli altri prodotti come Cinema e TV), della ditattica, della riabilitazione e per creazione di prodotti e servizzi che non riusciamo ancora da immaginare.
Source: Progettare tra mentale e virtuale - Frontiers 2007
Originally published on Sat, 30 Jun 2007 16:05:43 GMT by Gian
Non so se è di interesse alla vostra discussione, ma in filosofia della mente “naturalizzazione” ha un significato ben preciso, che suona più o meno così: gli eventi e i processi mentali sono parte della nostra storia naturale non meno della digestione, della mitosi, della meiosi o della secrezione di enzimi. In questo senso, “naturalizzazione” ha un significato riduzionistico, nel senso che ogni teoria che fa riferimento alle ’scienze speciali’ (biologia, chimica, scienze sociali) è, in ultima analisi, riducibile ai principi della fisica. In questo senso, si dibatte su cosa significa “emergenza”, se intenderla in senso ‘riduzionistico’ (i poteri causali della mente non esistono, esistono solo cause fisiche, ma “sembra come” se i poteri causali del mentale ci fossero) o in senso ‘anti-riduzionistico’ (i poteri causali del mentale esistono e sono diversi da quelli fisici). A seconda di queste due opzioni, si possono concepire due tipi di “emergenza”, una riduzionistica, l’altra no. Quale è l’opzione migliore? Qualunque venga scelta, va giustificata! Ciao!
Grazie del contributo… Direi che va nel senso proposto da Gianandrea… Se ho capito qualcosa !
In giugno in Cattolica ha avuto luogo una tre giorni sul concetto di “emergenza” dal punto di vista filosofico, psicologico e delle scienze biologiche e fisiche. L’aveva organizzato, con grande bravura e fatica, la professoressa Corradini, che aveva invitato molti ospiti inglesi e americani. La mia impressione è che è una nozione MOLTO confusa, che ognuno abbia la sua versione che spesso “cozza” con quelle altrui. Invito perciò a stare attenti al suo uso perchè può volere dire tantissime cose a volte contrastanti!